Una distinzione che non mi aspettavo
Stavo lavorando con una classe di liceo — ragazzi di 16 e 17 anni — su come usare l'AI generativa in modo consapevole. A un certo punto ho notato qualcosa di strano: la stessa persona che abbracciava entusiasta la generazione di immagini rifiutava di usare un LLM per ragionare su un problema.
Non era luddismo. Non era paura della tecnologia. Era qualcosa di più preciso e più interessante: una distinzione spontanea tra l'AI come strumento espressivo e l'AI come agente sostitutivo del pensiero.
Sì all'immagine generata dall'AI — il prompt e la selezione finale restano miei. No al testo argomentativo via LLM — quello toglie l'atto del pensare, non solo la fatica della scrittura.
Ho provato a capire da dove venisse questa distinzione. Ho esplorato tre chiavi interpretative: neurobiologica, sociologica, pedagogica. Questo working paper raccoglie quella riflessione, con le dovute avvertenze epistemiche su cosa è solido, cosa è plausibile e cosa è solo un'ipotesi suggestiva.
Non è ricerca definitiva. È un punto di partenza onesto — e forse il tipo di onestà che manca spesso nel discorso pubblico sull'AI a scuola.